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Il valore della protesizzazione precoce nell’anziano con ipoacusia

di Daniele Benincasa, presidente UdiUp

Una diagnosi che arriva sempre tardi

 

Tra i temi più discussi nella gestione della salute dell’anziano, l’ipoacusia occupa ancora uno spazio marginale rispetto alla sua reale incidenza. Eppure i numeri sono chiari: oltre il 25% degli over 60 presenta una perdita uditiva invalidante lieve-media, l’Italia è prima in Europa per prevalenza di ipoacusia, e solo il 31% della popolazione ha eseguito un controllo audiologico negli ultimi cinque anni. Dati che emergono dall’indagine EuroTrak Italia 2025 e che fotografano una realtà in cui lo screening uditivo è ancora lontano dall’essere percepito come priorità clinica.

Al SIGOT 2026, Daniele Benincasa, audioprotesista e Presidente di UdiUp, ha portato una riflessione articolata su questo tema, con un focus specifico sul protocollo applicativo protesico nell’anziano e sul valore di un intervento tempestivo.

 

 

Il paziente che non sa di non sentire

 

Uno degli aspetti più insidiosi dell’ipoacusia è la sua natura progressiva e silenziosa. Il cervello compensa il deficit in modo passivo, rendendo la perdita uditiva difficile da riconoscere in prima persona. Il paziente non percepisce di sentire male: attribuisce le difficoltà agli altri, alle condizioni ambientali, alla qualità delle voci. “Parlano piano”, “non scandiscono bene”, “i rumori li sento, ma non capisco le parole” sono segnali che i professionisti sanitari conoscono bene, ma che raramente vengono interpretati come campanelli d’allarme dal paziente stesso.

Questa distorsione percettiva ha una conseguenza diretta: in media passano 7-10 anni dal primo segnale alla prima protesi. Un ritardo che non è neutro. La corteccia uditiva si riorganizza in risposta alla deprivazione sensoriale, rendendo progressivamente più complesso il recupero percettivo. Quando il paziente arriva alla valutazione audiometrica, il deficit è spesso già avanzato e il percorso riabilitativo, di conseguenza, più lungo e faticoso.

 

 

Perché intervenire prima cambia tutto

 

L’intervento precoce non è solo una buona pratica: è una scelta che incide in modo misurabile sulla qualità dei risultati e sulla soddisfazione del paziente. Chi riceve una protesi in fase iniziale affronta un adattamento più naturale, sviluppa aspettative più aderenti alla realtà e ottiene benefici percepibili in tempi più brevi.

I dati di EuroTrak Italia 2025 confermano questa direzione: il 96% degli utilizzatori riferisce miglioramenti concreti nella vita quotidiana, il 67% rimpiange di non essere intervenuto prima, l’87% si dichiara soddisfatto del risultato protesico. Numeri che raccontano non solo l’efficacia tecnica della protesizzazione, ma il suo impatto su relazioni sociali, autonomia, sicurezza e benessere cognitivo.

A questo si aggiunge un dato che la ricerca scientifica ha reso sempre più solido: la Lancet Commission 2024 identifica l’ipoacusia come il più grande fattore di rischio modificabile per la demenza a partire dalla mezza età, con una frazione attribuibile del 7% su tutti i casi. Trattare l’ipoacusia non significa solo migliorare l’udito, significa ridurre il carico cognitivo, contrastare l’isolamento sociale e preservare la qualità della vita nel lungo periodo.

 

L’audiogramma come esame di routine

 

Una delle proposte più concrete emerse dall’intervento riguarda la prevenzione: inserire l’audiogramma tra gli esami di screening periodici dopo i 60 anni, con la stessa sistematicità con cui si monitorano glicemia, pressione e colesterolo. L’OMS raccomanda un controllo ogni 5 anni per gli over 50 e ogni 1-3 anni per gli over 65. Una raccomandazione ancora lontana dall’essere recepita nella pratica clinica quotidiana. Identificare la perdita in fase lieve permette di intervenire nel momento giusto, prima che la deprivazione sensoriale abbia compromesso le capacità percettive residue. Ed è qui che entra in gioco il ruolo dei professionisti sanitari: il medico di medicina generale come primo punto di contatto, l’ORL e l’audiologo come riferimento per la diagnosi e la prescrizione, il geriatra come interlocutore privilegiato nella gestione della salute dell’anziano.

 

 

Il lavoro multidisciplinare come condizione necessaria

 

La presenza di UdiUp al SIGOT non è casuale. Riflette una convinzione che orienta il lavoro dell’associazione: la salute uditiva dell’anziano non può essere gestita in modo isolato. Richiede una presa in carico condivisa, in cui ogni figura professionale contribuisce con la propria competenza specifica.

L’audioprotesista, in questo contesto, non è solo il tecnico che applica la protesi. È il professionista che accompagna il paziente lungo tutto il percorso: dalla gestione delle aspettative al counseling, dal fitting al follow-up strutturato. Un ruolo che presuppone formazione continua, capacità relazionale e una visione della cura orientata alla persona nella sua interezza.

Solo attraverso una reale sinergia tra professionisti è possibile promuovere prevenzione efficace, diagnosi tempestiva e percorsi riabilitativi personalizzati. È questo il modello in cui crediamo. Ed è per questo che continuiamo a portare la voce degli audioprotesisti nei contesti in cui si costruisce la cultura della salute.